.
Annunci online

  LaretedellaSociologia Il portale della conoscenza sociale
 
Diario
 


  
      

email


La rete della
Sociologia


20 novembre 2010

Sg (8) - Lezioni audio-video di Sociologia generale

Riprendiamo il lavoro indicando questo link al corso di Sociologia generale della prof.ssa Rossi: sono lezioni audio/video a cura dell'Università Nettuno.




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 20/11/2010 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


17 gennaio 2009

ST (16) - Lezioni di storia della Chiesa

A cura del prof. Gaetano Greco dell'Università di Siena un corso di storia della Chiesa. Suddiviso in due parti concentra l'attenzione sulla chiesa delle origini, il suo divenire come istituzione non tralasciando i movimenti ereticali.




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 17/1/2009 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


11 gennaio 2009

AdSC (5) - Un saggio del sociologo Richard Sennett

Elogio dell' artigiano: come salvarsi la vita grazie a un cacciavite.

Antidoti - L' antica «perizia del fare» come rimedio per l' attuale cultura della celebrità

Non maltrattate troppo questo articolo. La cronista che l' ha scritto ha letto L' uomo artigiano (The Craftsman) cercando di non saltare le parti noiose; ha preso appunti; ha recuperato libri di Richard Sennett (rubati da persone care) in cui voleva rimettere il naso. Un redattore della sezione Cultura ha «cucinato» il pezzo, controllando che non ci fossero refusi, o peggio. Il caporedattore ha poi riletto e titolato; dopo avere probabilmente ricevuto una quindicina di telefonate dalla capa ufficio stampa della casa editrice Feltrinelli, che si ricordava (ma come fanno) che la cronista di cui sopra nel 1999 aveva recensito un altro saggio di Sennett, anomalo sociologo americano di sinistra antica ma anche innovativa. Tutti abbiamo fatto cose normalissime. Tutti abbiamo avuto quello che per Sennett è un privilegio e una potenziale salvezza: poter lavorare come artigiani, poter mettere molta cura, e se si può qualche idea, nel manufatto che produciamo; poter trovare un pezzetto di autostima grazie al lavoro compiuto. Non perché ci porterà riconoscimenti e prebende; perché sappiamo di aver fatto un buon lavoro (si spera). E questo, dice Sennett «è la fonte più solida del rispetto che un adulto ha di se stesso».

È difficile in questi tempi di mal di lavoro; ci si sente demotivati, a volte mobbizzati, spesso si è precari e sempre più spesso lo si perde. Oggi a poter fare gli artigiani sul serio sono soprattutto «i medici e gli infermieri, i musicisti, i cuochi»; e, più di tutti, chi lavora sui software e sul Web. I programmatori che operano «come in un bazar», in un gruppo aperto a cui chi sa fare può partecipare. Dove non conta l' ego (l' eccesso di ansia e attenzione per la propria personalità, la personalizzazione della vita pubblica sono malvisti da Sennett; ci ha scritto su uno dei suoi libri più belli, Il declino dell' uomo pubblico tradotto da Bruno Mondadori) ma il prodotto collettivo e condiviso. Dove non si diventa famosi, non si guadagna granché (tranne le note eccezioni) ma si vive meglio degli altri, dice Sennett, in questo modo. Sostenendo queste tesi Sennett è diventato abbastanza famoso e ricercato. Anche grazie alla sua capacità di scrivere saggi (più qualche romanzo) che mescolano teoria, storia, vita pratica e autobiografia (autobiografico e spiazzante, pure troppo, è il suo Rispetto del 2003 edito in Italia da Il Mulino).
Professore alla New York University e alla London School of Economics, è di sinistra perché così è nato (padre volontario nella guerra di Spagna, zii comunisti); è poco entusiasta dell' egolatria e della cultura della celebrità contemporanea - e della continua insoddisfazione che producono - per come è cresciuto (con una madre assistente sociale serissima, che si comportava con distacco per tenere a bada ipersensibilità e ipercoinvolgimento). Conosce gioie e fatiche del «craft», dell' arte-mestiere degli artigiani. Cita Immanuel Kant che disse «la mano è la finestra della mente», e ha studiato da violoncellista. Concertista giovanissimo, aveva dovuto smettere dopo una disastrosa operazione alla mano; e si era dato alla sociologia. Senza dimenticare «il filo ininterrotto della perizia del fare». Sennett parte da lontano, racconta delle corporazioni medievali. Parla di lavoratori oggi demoralizzati «dal dirigismo e dalla competitività»; maltratta gli architetti. Spiega come si impara incrociando testi sacri sulla comunicazione e performances di cuoche tv. Si appassiona agli «attrezzi che eccitano la mente» (lo è il cacciavite, «polivalente e sublime»). Analizza i «salti intuitivi» e l' «ossessione della qualità», da Stradivari al sistema operativo Linux: un prodotto della «cooperazione competente» estesa e anonima; come le cattedrali gotiche, una volta. E vuole rispondere alla sua maestra, la filosofa Hannah Arendt. Spaventata dall' escalation nucleare, Arendt sperava nell' homo faber «giudice delle altrui pratiche materiali»; per indirizzare l' animal laborans, lavoratori manuali, tecnici, ingegneri, impiegati a vario titolo alle tastiere. Il suo allievo invece, all' animal, cerca di tirare su il morale (in vari sensi). Anche se «nel mercato del lavoro attuale, fare un buon lavoro non è garanzia di buona sorte. Nel lavoro, come nella politica, squali e incompetenti non hanno problemi ad avere successo». Però «la maggioranza degli uomini e delle donne passa la maggior parte delle loro ore di veglia andando al lavoro, lavorando, e socializzando con persone che conoscono al lavoro. Il desiderio di fare un buon lavoro è un modo per dare un significato a queste ore». E poi, «il modello della nostra dignità professionale rimane pur sempre Efesto lo Zoppo (dio greco degli artigiani, ndr), orgoglioso del proprio lavoro se non della propria persona». Beato Efesto che da millenni ha un lavoro sicuro, direbbero in molti di questi tempi, d' altra parte.

* RICHARD SENNETT L' uomo artigiano Trad. Adriana Bottini FELTRINELLI
** L' autore Richard Sennett (1943) insegna sociologia alla New York University e alla  
     London School of Economics
*** Il saggio verrà presentato a Milano il 13 gennaio 2009 (ore 18.30) alla Fondazione Feltrinelli di via Romagnosi da Giorgio Guerrini, Guido Martinotti, Maria Laura Rodotà


[articolo di Maria Laura Rodotà tratto dal Corriere della Sera del 7 gennaio 2009]




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 11/1/2009 alle 1:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 dicembre 2008

SM (34) - Il 42° Rapporto Censis

Alla crisi ci crediamo e non ci crediamo.
Per alcuni si sfiammerà presto, per altri il tracollo durerà a lungo. Questa diversa percezione riflette l'assenza di una consapevolezza collettiva, a conferma del fatto che restiamo una società «mucillagine».
Come affermato lo scorso anno, il contesto sociale è condizionato da una soggettività spinta dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni. Questa regressione antropologica, con i suoi pericolosi effetti di fragilità sociale, è visibile nel primato delle emozioni, nella tendenza a ricercarne sempre di nuove e più forti, al punto che «la violenza o lo stravolgimento psichico si illudono di avere un bagliore irripetibile di eternità, mentre nei fatti sono solo passi nel nulla».

È stato l'anno delle paure.
Su questa base si sono moltiplicate piccole e grandi paure (i rom, le rapine, la microcriminalità di strada, gli incidenti provocati da giovani alla guida ubriachi o drogati, il bullismo, il lavoro che manca o è precario, la perdita del potere d'acquisto, la riduzione dei consumi, le rate del mutuo).
In un anno elettorale, la politica ha trovato vantaggioso enfatizzare le paure collettive e le promesse di securizzazione (dai militari per le strade alla social card per i meno abbienti), con ciò finendo per generare una più profonda insicurezza, una ulteriore sensazione di fragilità.

La crisi finanziaria internazionale: la «segnatura» c'è stata.
La crisi ci ha segnato, ed è verosimile attendersi per il prossimo anno ulteriori fasi di flessione. Ma ha determinato un salutare allarme collettivo. Si tratta ora di vedere se il corpo sociale coglierà la sfida, se si produrrà una reazione vitale per recuperare la spinta in avanti, sebbene siano in agguato le «italiche tentazioni alla rimozione dei fenomeni, alla derubricazione degli eventi, all'indulgente e rassicurante conferma della solidità di fondo del sistema».

Non basta una reazione puramente adattiva.
Rispetto a una crisi che ci segna in profondità, sarebbe deleterio adagiarsi sulla speranza che tutto si risolverà nella dinamica della lunga durata, grazie alle furbizie adattive che ci contraddistinguono da decenni e secoli.
Rischieremmo che «la lunga durata diventi luogo del rattrappimento e della rinuncia ad un ulteriore sviluppo».
Rischieremmo: l'appiattimento su parole d'ordine non più universalmente condivise (il mercato, l'occidentalizzazione, la globalizzazione, l'Europa allargata); di continuare a vivere individualisticamente; l'acutizzarsi di un disagio sociale legato all'esaurimento delle sicurezze di base garantite da un welfare oggi in crisi e dalle attuali prospettive o paure di impoverimento; gli effetti ulteriori degli squilibri antichi della nostra società (il sottosviluppo meridionale, l'inefficienza dell'amministrazione pubblica, il drammatico potere della criminalità organizzata).
Rischieremmo forse un collasso per implosione su noi stessi, per cui non possiamo lasciar cadere la sfida, l'allarme, la paura che la contingenza attuale ci propone.

Verso una seconda metamorfosi.
Le difficoltà che abbiamo di fronte possono avviare processi di complesso cambiamento. Attraverso un adattamento innovativo (exaptation, per usare un termine mutuato dalla biologia), cioè non automatico ma reso vitale e incisivo da fattori esogeni e leve di trasformazione, possiamo spingerci verso una seconda metamorfosi (dopo quella degli anni fra il '45 e il '75) che forse è già silenziosamente in marcia.
La nostra seconda metamorfosi sarà il risultato della combinazione dei «caratteri antichi della società» con i processi che fanno da induttori di cambiamento. Tra questi vi sono: la presenza e il ruolo degli immigrati, con la loro vitalità demografica e la moltiplicazione emulativa di spiriti imprenditoriali; l'azione delle minoranze vitali già indicate lo scorso anno, specialmente dei player nell'economia internazionale; la crescita ulteriore della componente competitiva del territorio (dopo e oltre i distretti e i borghi, con le nuove mega conurbazioni urbane); la propensione a una temperata gestione dei consumi e dei comportamenti; il passaggio dall'economia mista pubblico-privata a un insieme oligarchico di soggetti economici (fondazioni, gruppi bancari, utilities); l'innovazione degli orientamenti geopolitici, con la minore dominanza occidentale e la crescente attenzione verso le direttrici orientali e meridionali.

Mercato largo, economia aperta, policentrismo decisionale.
Le classi dirigenti (non solo quella politica) tendono invece ad automatismi di segno opposto: accorciano i raggi delle decisioni, le riservano a sfere di responsabilità molto ristrette, le rattrappiscono al breve termine, se non addirittura al presente. «In poche stanze si possono prendere provvedimenti e iniziative planetarie, ma poi la realtà segue opzioni, comportamenti, paure di tipo diffuso, su cui sarebbe deleterio avviare una rincorsa punto per punto (una Cig qua, una rottamazione là) che non riuscirà mai a far recuperare una dinamica fatta da tanti soggetti, l'unica dimensione di cui abbiamo bisogno per uscire collettivamente dalla crisi».
Per la società italiana resta l'imperativo: «mercato largo, economia aperta, policentrismo decisionale».


[Il Rapporto Annuale 2008]




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 6/12/2008 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 dicembre 2008

MT (15) - Il test del chi quadrato

Come confrontare due proporzioni o due percentuali? Impariamo a farlo in maniera semplice con il test del chi-quadrato. Questo articoletto ha il merito di essere sintetico e basato su un esempio tabellare concreto.
Il chi-quadro è uno dei tanti esempi di significatività statistica.




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 1/12/2008 alle 10:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


3 ottobre 2008

PdSC (8) - Alcuni saggi del prof. Marradi

Sicuramente Alberto Marradi è tra gli studiosi più seri nel campo della sociologia e delle scienze sociali, attento soprattutto agli aspetti metodologici.
Vi sottopongo un link che raccoglie alcuni dei contributi più recenti del prof. Marradi.
Questi i titoli di alcuni di essi, nel doppio formato pdf o rtf:

  • Misurazione e scale: qualche riflessione e una proposta
  • Filosofia, storiografia, sociologia della scienza: una proposta di risistemazione del campo semantico
  • Casuale e rappresentativo: ma cosa vuole dire?
  • Le scale Likert e la reazione all'oggetto 
  • Il ruolo della conoscenza tacita nella vita quotidiana e nella scienza.




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 3/10/2008 alle 20:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


3 aprile 2008

SM (33) - Partire da zero

Con questo sito potrete ancora dire di temere la matematica?
La matematica, l'analisi, la geometria per chi voglia partire da zero dell'ing.
Corrado Brogi.
Eccovi l'
indice enciclopedico e la pagina iniziale dell'opera di questo straordinario e singolare personaggio della cultura italiana.

-------------------------------------------------

Rev. 1.0 - link corretti il 17.01.2009




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 3/4/2008 alle 5:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


18 febbraio 2008

ST (17) - Corso di statistica economica

Riprendiamo i nostri post dedicandone uno alla statistica economica. A cura della prof.ssa Cristina Davino dell'Università di Macerata eccovi le dispense dedicate a questa disciplina, chiare e senza troppi dettagli matematici. Ovviamente ce ne sono perché tali discipline non possono essere adeguatamente studiate senza un bagaglio minimo di matematica. Buona lettura.

--------------------
[Rev. 1.0: purtroppo il link non è più attivo al controllo del 13.09.
Ve ne segnalo un altro dove potrete trovare moltissimo materiale: 
http://www.ds.unifi.it/didattica/mat_didat.htm .
Della prof. Davino invece vi segnalo i materiali didattici del suo corso 2008/2009 di
Statistica sociale (in fondo alla pagina trovate i link alle diverse lezioni)].




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 18/2/2008 alle 16:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


3 novembre 2007

SM (32) - Buon lavoro: Intervista al prof. De Masi

E' iniziato o sta per iniziare l'anno accademico: come augurio di buon lavoro suggerisco agli studenti e agli appassionati lettori di questo sito di leggere l' intervista al prof. Domenico De Masi, sociologo dell'Università di Roma.

D.: Professore, da ragazzo immaginava di diventare sociologo?
R.: No, perché quando mi iscrissi all’università, nel 1956, in Italia il corso di laurea in sociologia non esisteva: il primo fu istituito a Trento dieci anni dopo. Così mi iscrissi a giurisprudenza, una delle poche facoltà allora presenti a Perugia; fra l’altro, ero “obbligato” a studiare in quella città poiché lì vi era l’Opera per gli Orfani dei Medici e io ero, appunto, un orfano di medico: avevo perso mio padre all’età di nove anni. Però giurisprudenza non mi piaceva affatto... Proprio al quarto anno, per caso, vidi che in un’aula dell’università si insegnava antropologia culturale: entrato per capire di che si trattasse, notai che la materia mi piacque molto. Così chiesi al professore dove la si studiava e se essa riguardasse, oltre che la vita contadina, anche quella sociale attuale e futura dei giovani, in quanto mi hanno sempre interessato molto le problematiche relative al futuro. Il professore rispose di sì alla mia prima domanda, e mi suggerì di andare a studiare a Parigi, dove all’epoca insegnava il famoso antropologo Claude Lévi-Strauss. Diedi allora alcune lezioni private, che mi consentirono di mettere da parte i soldi necessari per comprarmi una vespa di seconda mano. Con quest’ultima, poi, andai a Parigi, dove seguii un corso estivo di sociologia. Poco tempo dopo, mi laureai all’Università degli Studi di Perugia e mi recai di nuovo a Parigi per frequentare il dottorato di ricerca in sociologia.

D.: E così è iniziata la sua brillante carriera...
R.: Diciamo che sono diventato un vero sociologo. Ma all’inizio la cosa non fu facile: infatti, quando, nel 1961, tornai in Italia, trovai lavoro all’università solo in qualità di assistente volontario. Con questa formula, dunque, cominciai la carriera universitaria e, allo stesso tempo, a fare ricerca in azienda come un lavoratore vero e proprio, ricevendo uno stipendio. Svolsi ricerche, sempre di sociologia del lavoro, all’Italsider e alla Finsider, prima a Bagnoli, poi a Piombino, a Livorno e, infine, a Milano, dove rimasi per quasi cinque anni. In seguito, lavorai in molte altre aziende italiane, consolidando così la mia preparazione di sociologo del lavoro. Nel 1966 approdai a Roma, dove abito da quarant’anni, sebbene dal 1968 al 1971 abbia insegnato a Sassari – che fu la mia prima sede – e poi sia stato per dieci anni assistente a Napoli, e abbia avuto come sede anche Salerno. Dal 1980 mi sono dedicato esclusivamente alla docenza universitaria presso l’Università “La Sapienza”, e, parallelamente, alla formazione e alla ricerca socio-organizzativa nelle maggiori imprese italiane e brasiliane, occupandomi di problemi legati all’organizzazione sia dell’industria sia dei settori postindustriali.

D.: Tra le cose di cui si occupa, quale preferisce? E ha altri interessi al di fuori del suo lavoro, della sociologia?
R.: Rispondendo alla prima parte della sua domanda, le dico che, da quel punto di vista, sono molto eclettico, nel senso che mi piacciono tantissimo la ricerca e la riflessione teorica – quindi, lo scrivere, il poter studiare – ma anche l’organizzazione concreta. Anzi, credo che l’oggetto di studio per me più “ghiotto” coincida proprio con l’organizzazione: di una città, di una società, di un gruppo sociale, di un’impresa, di una facoltà... Al di fuori della sociologia, il mio interesse fondamentale è l’estetica, la disciplina che più di ogni altra si occupa della nostra felicità, laica, ovviamente. Ho elaborato la “teoria dell’‘ozio creativo’” – argomento di un mio libro omonimo, uscito nel 2000 – perché la vivo in prima persona. Per “ozio creativo” intendo non la pigrizia o il “dolce far nulla”, bensì quello stato d’animo che si prova nel momento in cui riusciamo a svolgere nello stesso tempo tre attività diverse: studio, lavoro e gioco, cioè quando lavoriamo e contemporaneamente giochiamo, quando giochiamo e contemporaneamente apprendiamo, quando apprendiamo e contemporaneamente lavoriamo. È quanto succede, in fondo, all’artista, al filosofo, all’insegnante, ma anche all’attore quando recita, e al giornalista quando scrive.L’integrazione di gioco, studio e lavoro, tradizionalmente separati nella società industriale che ha caratterizzato gli ultimi duecento anni del nostro sviluppo, non può che apportare benefici, perché: il gioco genera allegria; lo studio, sapere; e il lavoro, ricchezza. Quando viviamo uno stato di “ozio creativo”, ci risulta difficile definire precisamente cosa stiamo facendo: se studiando, giocando, oppure lavorando. È dunque chi mi guarda a “dover decidere” in tal senso: io, in sostanza, non ne sono capace.

D.: Cos’è la sociologia e perché è importante studiarla?
R.: La sociologia è una moderna disciplina scientifica che studia i rapporti esistenti tra le persone nell’ambito di un gruppo, e tra i gruppi nell’ambito di una società. Quindi, per poter capire una società, occorre “passare attraverso” la sociologia, che costituisce, bene o male, un buon repertorio di ricerche, di esperienze e di riflessioni sul sociale. Siccome nella società postindustriale è in gioco non più la ripartizione del plusvalore – come, al contrario, nella società industriale – bensì la progettazione del futuro, bisogna avere un’idea abbastanza chiara della società odierna, di come sia diventata così e di come diventerà col passare del tempo partendo dalla situazione attuale: per questo la sociologia è molto importante, e può essere considerata una vera e propria scienza, sia pure “soft”, “molle”, alla stregua dell’economia, della psicologia, dell’antropologia, delle scienze politiche, eccetera. Accanto alle scienze “soft” vi sono, naturalmente, le più classiche discipline “hard”, “dure”, ovvero le scienze esatte, quelle per tradizione considerate propriamente “scienze”: la matematica, l’astronomia, la fisica, la biologia, la chimica. A differenza delle scienze “soft”, le “hard” presentano uno statuto quantitativo che consente di ragionare su misure precise.

D.: La sociologia, comunque, negli ultimi decenni si è avvicinata parecchio alle scienze esatte...
R.: In realtà non è stata tanto la sociologia ad avvicinarsi, come metodo, consistenza e immagine, alle scienze esatte, quanto, piuttosto, queste ultime ad avvicinarsi ad essa. Noi abbiamo sempre saputo che la sociologia studia fenomeni molto meno caratterizzabili in maniera quantitativa, molto meno prevedibili, e che si basa su esperimenti di gran lunga meno ripetibili di quelli eseguiti dalle scienze esatte. Poi, Albert Einstein ci è venuto in aiuto, perché ha mostrato la “relatività” delle scienze esatte. E oggi sappiamo bene che all’interno di un sistema fisico, se viene cambiato un certo fattore, di conseguenza cambiano anche gli altri parametri considerati; per cui, non si ragiona mai a “palle ferme”. Quindi, in qualche modo, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, abbiamo capito che le affinità tra discipline “dure” e discipline “molli” sono maggiori di quanto si potesse pensare: sia i sociologi sia gli scienziati “hard” devono fare i conti con la complessità, cioè avere la consapevolezza di far parte dei fenomeni e che non si va verso una delucidazione di tutto l’esistente, perché, al contrario, i problemi aumentano man mano che crescono le loro plausibili spiegazioni. Insomma, le scienze “hard” stanno conquistando rapidamente il “pressappochismo”; e noi sociologi, invece, la precisione: quindi, prima o poi, ci incontreremo a metà strada!

D.: Lei, dunque, si sente uno scienziato...
R.: Certo, a tutti gli effetti! Del resto, ho passato migliaia di ore a eseguire conti, a realizzare statistiche. Naturalmente, ciò che vi è di scientifico nella sociologia riguarda il metodo, oltre che l’uso di tecniche quantitative e, soprattutto, della statistica, uno strumento importante ma utile più per verificare ipotesi che per elaborarle. Per elaborare le ipotesi occorre l’“immaginazione sociologica”, così come il biologo e il fisico hanno bisogno, rispettivamente, di un’“immaginazione biologica” e di un’“immaginazione fisica”. Come in altre discipline scientifiche, anche nella nostra troviamo le figure del teorico e dell’empirico, sebbene con una distinzione non molto netta. In sociologia, l’empirico è colui che compie soprattutto ricerca sul campo, cioè che “si sporca le mani”; poi, esistono pure la ricerca di laboratorio e tutta una serie di indagini sperimentali compiute utilizzando psicogrammi, sociogrammi e altri strumenti di analisi qualitativa o quantitativa. Certo, nonostante tutto, a differenza di altri scienziati, noi sociologi veniamo sempre coinvolti emotivamente nelle nostre ricerche: in pratica, non studiamo cristalli, ma altri uomini, e quindi non potremmo mai essere totalmente freddi ed obiettivi.

D.: Il sociologo fa ricerca in gruppo o da solo?
R.: La ricerca viene compiuta, solitamente, in gruppo: il ricercatore solitario è rarissimo. In Italia, abbiamo anche ottimi ricercatori solitari, ma quella sociologica è tipicamente una ricerca di gruppo: occorre quasi sempre un team di ricercatori, per raccogliere ed elaborare una massa immensa di dati. Io, ad esempio, svolgo ricerca a due livelli: professionale, per vari committenti; didattico, con i miei studenti. Questi ultimi, proprio per poter lavorare in gruppo, vengono divisi in vari gruppi, ciascuno dei quali composto da una decina di persone e gestito da un coordinatore. Ogni anno scegliamo un tema di ricerca, e, nell’ambito di questo, ciascun sottogruppo sceglie il proprio sotto-campo specifico: per esempio, l’anno scorso studiammo l’organizzazione dei festival, e ogni gruppo ne scelse uno tra le 600 più importanti manifestazioni italiane per, appunto, indagarne l’organizzazione. Quest’anno studiamo come sono organizzati i gruppi creativi che operano tramite Internet, cioè che non lavorano nella stessa sede bensì a distanze talvolta oceaniche.

D.: Potrebbe dare qualche consiglio utile a un giovane che voglia studiare sociologia all’università?
R.: Per potersi iscriversi a sociologia, un giovane dovrebbe possedere attitudini ben precise: in pratica, un interesse forte nei confronti del mutamento sociale. La sociologia è una disciplina che richiede una forte predisposizione; quindi, io consiglio di sceglierla solo qualora si sia veramente dotati di una vocazione sociologica. Anche l’argomento della propria ricerca andrebbe scelto con molta attenzione, in base a quello che più piace personalmente. Certo, occorre sperimentare quattro o cinque possibilità – che, in qualche modo, rappresentano la “rosa” delle probabili vocazioni – in modo da individuare quella giusta. E in ciò gioca un ruolo importante, tra l’altro, avere un buon maestro, una persona seria che ti indirizzi; sebbene io, invece, non sia stato indirizzato da nessuno: in tal senso, non ho avuto maestri veri e propri, anche se ne ho conosciuti tanti. Come in altri campi della scienza, pure in sociologia bisogna, a un certo punto, specializzarsi nella materia che ci interessa in maniera particolare: solo dopo ci si può occupare, eventualmente, di altro. Io mi sono specializzato in sociologia del lavoro, e posso dire che conosco bene questa materia: almeno, l’ho studiata molto, e continuo a studiarla sempre, tutti i giorni. Dopo la laurea, quindi, si deve approfondire la disciplina, magari frequentando un master: la mia facoltà ne ha attivati almeno dieci, buoni, di cui io dirigo quello in comunicazione e organizzazione.

D.: Al sociologo, in genere, serve poco denaro per lavorare: ma è poco anche il suo guadagno?
R.: La sociologia, sotto questo aspetto, è più fortunata di altre discipline scientifiche. I nostri laboratori sono rappresentati dalle città, dalla politica, dai telegiornali, dai giovani, dagli anziani: quindi, non costano niente; o, meglio, pochissimo... Essi costavano quando, per compiere certi calcoli, dovevamo affittare i computer; oggi, invece, anche un pc riesce a eseguire calcoli lunghi e complicatissimi! Noi abbiamo bisogno, sostanzialmente, di strutture per la pedagogia, per la didattica; non, però, di strutture per la ricerca didattica così come, ad esempio, la faccio io, cioè con gli studenti. Certo, le ricerche professionali, invece, costano; ma comunque vengono pagate dai committenti. Spesso, il sociologo o lo scienziato di discipline “hard” guadagnano meno rispetto a coloro che svolgono altri mestieri; però, è vero pure che nei due casi sono diversi i desideri. Noi scienziati abbiamo desideri prevalentemente di carattere “radicale”: attengono all’introspezione, all’amicizia, all’amore, al gioco, alla convivialità, che non costano nulla; forse guadagniamo di meno, ma rispetto a chi fa, per esempio, l’imprenditore, ci servono pure meno soldi.

D.: Qual è lo stato di salute della sociologia italiana?
R.: In verità, non esiste “la sociologia”: si hanno, al contrario, “le sociologie”. Oltre alla sociologia generale, vi sono infatti varie sociologie specialistiche: la sociologia del lavoro, la sociologia dell’organizzazione, la sociologia della città, la sociologia del tempo libero, la sociologia politica, la sociologia giuridica, eccetera. Alcune di queste branche, rispetto alle altre, sono più sviluppate o, a seconda delle circostanze, usufruiscono di migliori ricercatori. Il mio settore specifico, la sociologia del lavoro, in questo momento gode di buona salute. Trenta o quarant’anni fa, su di esso circolavano solo libri francesi, tedeschi, inglesi e americani; oggi, invece, leggendo gli scritti relativi alle ricerche sociologiche italiane, notiamo come quelle francesi di quarant’anni fa sembrino, al confronto, delle semplici tesi di laurea: quindi, abbiamo compiuto notevoli passi avanti. La stessa cosa vale per la sociologia della comunicazione: noi non siamo ancora molto collaudati in materia, perché in Italia la facoltà di scienze della comunicazione è nata da poco, appena da una decina d’anni; tuttavia, abbiamo già dei buoni ricercatori.

D.: Cosa studia la sociologia del lavoro, la sua materia?
R.: L’influenza esercitata reciprocamente dagli ambiti “società” e “lavoro”. Si tratta di rapporti che in questi ultimi anni stanno cambiando molto rapidamente. Oggi, per esempio, è sempre più importante la relazione tra lavoro e “non lavoro”, che comprende tutta una serie di attività che, pur non essendo lavoro, ormai lo permeano: il tempo libero, il riposo, la vacanze. Infatti, più un lavoro diventa intellettuale, e più risulta difficile dire a che ora lo si fa: per l’appunto, adesso sono le nove di sera e noi ci troviamo nel bar di una libreria per continuare un’intervista che avevamo iniziato stamattina nel mio ufficio... cosa che non sarebbe potuta succedere a un metalmeccanico: anche perché noi lavoriamo con un piccolo registratore, mentre questi lavora ad una catena di montaggio, che non potrebbe certo portarsi al bar! Noi lavoriamo con il cervello e con piccolissimi strumenti, tra cui il registratore portatile; quindi, lavoriamo dovunque e sempre.

D.: A suo avviso, oggi, il lavoro si può scegliere? E lei quale consiglierebbe a un giovane?
R.: Come nello studio, così anche nella professione ognuno dovrebbe cercare di seguire le proprie inclinazioni naturali, di fare ciò per cui è portato e, al tempo stesso, in cui si sente maggiormente realizzato. Certo, non sempre è facile realizzare i propri desideri. Nella scelta del lavoro dei propri sogni si incontrano vari ostacoli: tra i primi, può esservi il luogo in cui si vive, giacché, a seconda dei casi, la varietà e il numero di occasioni risultano maggiori o minori. Ad esempio, per chi voglia progettare e costruire centrali nucleari, vivere a Parigi o a Terni non è equivalente. Un altro ostacolo, il più importante, riguarda la “classe sociale” di appartenenza, perché la possibilità di andare a New York o, in generale, di studiare, di provare esperienze diverse, non è concessa a tutti: spesso, la necessità di guadagnare subito, spinge ad accettare qualsiasi lavoro; e così, si finisce per svolgere un mestiere che contrasta con la propria vocazione. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dall’ambiente in cui si cresce. Infatti, sapere come va il mondo, come muoversi e a chi rivolgersi sono conoscenze che assai di frequente si rivelano indispensabili per realizzare le proprie aspirazioni; ma non si trovano certo al supermercato: anzi, il più delle volte, si ereditano dalla famiglia!

D.: In cosa differiscono la sociologia e la psicologia? E quali sono le altre scienze sociali?
R.: La psicologia si interessa soprattutto di come sono aggregati gli elementi che compongono una data personalità, una data “testa”: sfera razionale e sfera emotiva, opinioni e atteggiamenti, emozioni, sentimenti. Noi sociologi, invece, studiamo come le varie “teste” si aggregano nell’ambito di un gruppo, e come i vari gruppi si aggregano nell’ambito di un macrosistema. Di solito, un buon psicologo non è un buon sociologo, e viceversa. Le scienze sociali, ovvero le discipline incentrate sull’uomo e sulla società, oltre alla sociologia comprendono: la psicologia sociale, le scienze della comunicazione, la geografia politica, la geografia economica, la politica economica, l’economia, l’antropologia, eccetera. Esse osservano e studiano l’uomo, i gruppi e le società applicando metodologie specifiche e da angolature diverse: ciò costituisce non un limite bensì un vantaggio, perché l’integrazione dei contenuti forniti dalle diverse discipline sociali consente di ottenere un quadro più esauriente dell’uomo, delle sue origini, delle sue esigenze, nonché delle caratteristiche e delle tendenze della società contemporanea.

D.: Qual è la sede migliore dove poter studiare sociologia?
R.: In Italia esistono diverse facoltà di sociologia: per esempio, a Trento, a Milano, a Roma, a Urbino, a Napoli. Tra di esse, però, nessuna si rivela migliore in assoluto. Ogni anno occorre leggere attentamente i piani di studio delle varie sedi per poter capire quale presenti un’offerta didattica di livello più alto. Questa valutazione, in realtà, risulta difficile per uno studente, giacché egli, proprio in quanto tale, non dispone degli “strumenti” necessari a tale scopo: infatti, si trova a dover formulare un giudizio prima ancora di esserne capace, di aver compiuto le esperienze necessarie. Quindi, sussiste una contraddizione interna... Da ciò, l’importanza della funzione dell’orientamento, cui andrebbe dedicato un maggiore spazio all’interno dell’università: un giovane, in pratica, dovrebbe essere accompagnato per mano nella grande giungla degli insegnamenti e dei libri di testo, in modo da poter scegliere agevolmente il corso di laurea e la sede più rispondenti alla propria vocazione e alle proprie necessità.

D.: Quali differenze esistono tra la facoltà di sociologia e quella di scienze della comunicazione, di cui lei è stato preside?
R.: La facoltà di sociologia comprende, ovviamente, le materie sociologiche. Scienze della comunicazione, invece – che da tre anni non è più un corso di laurea della facoltà di sociologia, ma una facoltà universitaria a sé – tra le varie scienze studiate contempla anche la sociologia della comunicazione; inoltre, prevede alcune discipline di base in comune con la sociologia, mentre, per il resto, tutti insegnamenti diversi: dall’epistemologia alla semiologia, alla storia del giornalismo, alla storia delle pubbliche relazioni, alla filosofia delle comunicazioni di massa, alla differenza tra comunicazione pubblica e comunicazione privata, e così via. Presso l’Università “La Sapienza” esistono entrambe le facoltà: in particolare, quella di Roma è la più grande facoltà italiana di scienze della comunicazione, con i suoi 13.000 studenti, che erano 5.000 appena cinque anni fa. La nostra facoltà è dunque cresciuta assai rapidamente; di conseguenza, presenta tutti i problemi degli organismi sviluppatisi più in fretta di quanto si sia potuto predisporre in termini di strutture e di docenti.

D.: Come è nata la “S3-Studium”, la sua Scuola di Specializzazione in Scienze Organizzative?
R.: La “S3-Studium” nacque vent’anni fa, quando non esistevano ancora i master universitari, se escludiamo quelli alla Bocconi o alla Luiss, che costavano decine di milioni. All’epoca, quindi, i ragazzi che non potevano permettersi di frequentare quei master sarebbero rimasti privi di altre opportunità. Così fondammo, appunto, la “S3”, dove per iscriversi si pagava un decimo di quello che era richiesto altrove; alla fine dell’anno, il passivo del bilancio veniva colmato dai professori stessi. Alla “S3”, dunque, i professori, non solo non ricevevano una lira, ma addirittura pagavano per insegnare! Oggi, la parte formativa della “S3” è incorporata nell’Università “La Sapienza” e costituisce un master di scienze della comunicazione e dell’organizzazione. L’“S3”, oltre a curare questo master insieme all’università, è una vera e propria impresa, cioè fa formazione, ricerca e comunicazione per conto di terzi. Io, peraltro, mi sono sempre interessato di selezione, addestramento e – soprattutto – formazione del personale. Per parecchi anni ho insegnato al Centro iri per lo Studio delle Funzioni Direttive Aziendali. Nel 1977, con l’entrata in vigore della legge Pedini, dovetti scegliere tra la carriera accademica e la carriera manageriale: così, rinunciai a quest’ultima – prendendo una decisione che, all’epoca, finì per dimezzare il mio stipendio! – concentrando tutta la mia attività sulla prima. Attualmente mi interesso ancora, attraverso ricerche, di problematiche aziendali, ma solo in funzione della formazione.

D.: Lei è stato presidente della Società Italiana per il Telelavoro: ci spiega in cosa consiste il telelavoro e quale utilità ha?
R.: Il telelavoro rappresenta una delle più interessanti modalità organizzative del lavoro, resa, da una parte, molto efficiente dai moderni mezzi di comunicazione e, dall’altra, auspicabile dai livelli di stress, ormai intollerabili, che vengono raggiunti nella nostra società. Difatti, la maggior parte delle persone potrebbe lavorare tranquillamente da casa: basterebbe che disponesse di un telefono, di un fax e un computer. In tal modo, si risparmierebbe tempo, si migliorerebbe la produttività e si aumenterebbe la qualità della vita. In realtà, il telelavoro già esiste, ma nessuno se ne accorge: le migliaia di persone che nei bar, per le strade, nei treni e negli aeroporti sbrigano faccende professionali, durante il tempo libero telelavorano; solo che le aziende non lo riconoscono contrattualmente! Oggi, infatti, viviamo in una fase di passaggio nella società postindustriale, che però gestiamo ancora con una mentalità industriale. La nostra società presenta tutte le condizioni perché possiamo vivere meglio, tuttavia ci “portiamo dietro” una resistenza alle innovazioni, pure quando esse sono vantaggiose. Così, le fabbriche e gli uffici restano legati a criteri organizzativi tradizionali; non si progettano case per i telelavoratori, ma solo uffici in cui le persone vivano otto ore al giorno tutte insieme... sebbene oggi, su cento persone, in ufficio ne rimangano effettivamente venti, poiché le altre vanno in giro per il mondo.

D.: In attesa del “suo” telelavoro, cosa suggerirebbe di fare a un giovane che entra oggi nel mondo del lavoro?
R.: Di tenersi per sé le proprie idee migliori, invece di proporle agli altri, che spesso non le apprezzano neppure. Infatti, l’organizzazione postindustriale dovrebbe mirare allo sviluppo della creatività e alla produzione di idee; dunque, basarsi sulla motivazione, non sul controllo. Tuttavia, l’adozione massiccia di lavoro a termine da parte delle aziende va proprio nel senso opposto alla fidelizzazione e alla motivazione: perciò, a un giovane consiglio di diventare imprenditore, cioè di cercare di creare una propria azienda – magari, anche assieme ad alcuni amici – in modo che svolga tutto il lavoro per se stesso. Oggi si va in pensione a 60 anni; quindi, il lavoro può rappresentare una punizione terribile per alcuni: ad esempio, per quelli che devono rispettare un orario fisso codificato, nel qual caso a tante ore di lavoro esecutivo corrisponde un determinato prodotto: penso ai metalmeccanici, ai burocrati, agli impiegati delle Poste... All’estremo opposto vi sono i lavoratori intellettuali, che producono soprattutto idee: un’attività non collegata a un tempo preciso, e che dunque si presta, per propria natura, all’intrapresa imprenditoriale. Certo, non tutti hanno il bernoccolo dell’imprenditore: io per primo, ne sono privo! Però, chi ne sia dotato dovrebbe fare l’imprenditore e non il lavoratore dipendente, sempre costretto a contrattare il valore delle proprie idee con persone raramente capaci di apprezzarle.

D.: Qual è il suo lavoro di cui va più fiero?
R.: Forse il mio ultimo libro, intitolato La fantasia e la concretezza. L’ultimo libro, infatti, è generalmente il più amato dall’autore. In questo caso si tratta, peraltro, di un’opera molto grande, di 800 pagine, edita da Rizzoli nel 2003. Nella mia vita ho scritto in tutto una trentina di libri, tra cui diversi molto ampi; di solito, però, sono stati lavori di équipe: per esempio, una grande ricerca sui lavoratori italiani, nel 1970, e un’altra, nel 1980, entrambe effettuate grazie a un’équipe di più di dieci persone, che vi hanno lavorato a tempo pieno per un anno e mezzo. La fantasia e la concretezza, invece, che parla della creatività in ambito formativo, è interamente opera mia, e si presenta un po’ come una sintesi di ciò che ho fatto finora. La creatività, a mio avviso, è il risultato della fusione di fantasia e concretezza, e le persone – come il grande Michelangelo – dotate in grande misura di queste due capacità, vengono considerate dei geni – quasi dei “mostri”! – proprio perché, generalmente, si tende ad essere o più fantasiosi o, al contrario, più concreti. Questa semplice schematizzazione, inoltre, spiega abbastanza bene, oltre alla creatività dei singoli, pure quella dei gruppi: infatti, nei gruppi creativi i singoli membri non hanno nulla di eccezionale; ma se mettiamo insieme persone “medie” molto fantasiose ma poco concrete con persone “medie” poco fantasiose ma molto concrete, notiamo che si sviluppa facilmente una forte creatività.

D.: Lei si occupa di divulgazione per quanto riguarda la sua materia? E cosa pensa della divulgazione scientifica che viene oggi fatta in televisione?
R.: Io faccio parecchia divulgazione, sia attraverso i miei libri sia in televisione. Uso molto questo media per divulgare la sociologia o punti di vista sociologici su determinati eventi. Naturalmente, su dieci inviti di partecipazione a una trasmissione ne accetto uno solo: altrimenti, dovrei stare sempre là! Comunque, ci vado, perché non ho gli snobismi di chi dice: «Ah, no! Non bisogna sporcarsi con queste cose!». Poter avere tre milioni di persone che ti ascoltano la considero un’occasione straordinaria, da non perdere. L’insegnamento è per me un’altra forma di divulgazione, metodologicamente molto attenta: ciò che, all’inizio della lezione, sa solo il professore, alla fine della stessa è stato trasmesso a duecento studenti! Relativamente alla divulgazione scientifica, devo dire che in televisione ci si imbatte, qualche volta, in trasmissioni meravigliose, sebbene di solito non realizzate da un esperto di quella materia: esse insegnano molto più di quanto non faccia la lettura di un libro. Io, per esempio, ho compreso i frattali grazie a una trasmissione di Piero Angela: certamente non avrei mai letto un libro su tale argomento, per mancanza di tempo; invece, in un’ora e mezza di televisione ne ho capito molto.

D.: Lei si ritiene un privilegiato?
R.: Sì, decisamente! Il mio primo privilegio è quello di svolgere un lavoro intellettuale: anziché un sociologo, avrei potuto essere un minatore, un manovale; quindi, mi è già andata benissimo! Nel lavoro intellettuale, poi, mi è andata ulteriormente bene, perché faccio l’insegnante: stare con i giovani è bellissimo, mentre i miei coetanei che hanno svolto altri mestieri frequentavano, a vent’anni, i ventenni, a trent’anni, i trentenni, a quarant’anni, i quarantenni, a cinquanta, i cinquantenni, e così via; io, invece, ho sempre avuto – e avrò – a che fare con i ventenni! Si tratta di un privilegio unico. Inoltre, provo lo straordinario piacere derivante dal fatto di aver studiato un problema per centinaia di notti – magari, per una vita – e di riuscire, poi, in poco tempo, a farlo capire ad altre persone, facendomi dunque tramite di un apprendimento e, al tempo stesso, consentendo a queste ultime di risparmiare centinaia di ore di studio. Un ulteriore privilegio è dato dalla mia facoltà, per quasi il 70 percento frequentata da figli di non laureati: accompagnare il primo membro di una famiglia sino alla laurea, il vedere dietro al laureando, nella seduta di laurea, l’“icona bizantina” comprendente i volti delle sue nonne e dei suoi zii, venuti dal paese per gioire di questo momento straordinario, mi suscita un’emozione profondissima.

D.: Lei ha una famiglia? Se sì, le è stata di aiuto nel corso della sua carriera, per raggiungere obiettivi professionali?
R.: Mi sono sposato due volte. Dalla prima moglie ho avuto due figlie, nate, rispettivamente, a Milano e a Roma, le città dove ho lavorato. Esse hanno entrambe studiato art design; una suona il sassofono, e, in passato, ha studiato jazz negli Stati Uniti. Inoltre a loro volta hanno: una, una figlia; l’altra, due figli maschi. Dalla seconda moglie, invece, sociologa come me, non ho avuto figli. Quindi, in tutto, ho due mogli, due figlie e tre nipoti. Posso dire che la mia famiglia mi ha voluto bene ma non che mi sia stata di aiuto nella carriera: ovvero, mi sono “fatto da solo”. Professionalmente, però, mi ritengo fortunatissimo, in quanto ho ricevuto tante soddisfazioni: ad esempio, sono diventato professore assai presto, a venticinque anni; ho svolto ricerche assai imponenti, che mi sono state affidate e che sono costate centinaia di milioni. Inoltre, sono stimato da molta gente, i miei libri vengono venduti e apprezzati anche all’estero, e oggi lavoro con un gruppo di giovani che è la “fine del mondo”! Dunque, tirando le somme, posso dire di aver avuto, nella mia vita, molte più soddisfazioni che crucci.


[tratto da Professione scienziato I di Mario Manichella, Scibooks, 2005]

[alcuni video e mp3 dal sito della cattedra di Sociologia del Lavoro del prof. De Masi]




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 3/11/2007 alle 23:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


8 luglio 2007

SG (7) - Disuguaglianze e cittadinanza

Il titolo di questa dispensa del prof. Lorenzo Grifoni Baglioni dell'Università di Firenze riassume bene l'argomento trattato: la cittadinanza come lente anche metodologica per capire i cambiamenti che stiamo vivendo.

[link aggiornato il 13.09.09 revisione 1.0 e poi il 22.02.11 revisione 1.1]




permalink | inviato da LaretedellaSociologia il 8/7/2007 alle 11:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     gennaio       
 

 rubriche

Diario
I Classici
S. generale
S. dei lavori
S. politica
Diritto
Economia
Filosofia
Statistica
Metodologia e tecniche della ricerca
S. e Internet
Libri
Riviste
Strumenti
Storia
Informatica
Comunicazione
Ricerche, Fondazioni, Istituti
Demografia
Sociologia dell'organizzazione
Dati e Informazioni
Pagine di scienza sociale
Articoli di scienze sociali

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Blog letto 160732 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom